Social terror. Come la Silicon Valley tollera i jihadisti

Il caso Facebook – Cambridge Analytica in realtà è stato la scoperta dell’acqua calda e i media tradizionali lo hanno presentato con ipocrisia meschina. Alle elezioni del 2012 Obama aveva nel suo staff quella che è considerata tra le migliori esperte al mondo di campagne elettorali online, Carol Davidsen. In una conferenza tenuta nel giugno del 2015 rivelò quello che oggi occupa le prime pagine di tutti i quotidiani nel mondo, tra mezze verità e analisi in malafede. “Noi [i democratici] siamo stati capaci di ingerire l’intero social network degli Stati Uniti su Facebook”, disse la Davidsen piuttosto apertamente. Acquisizione arbitraria di dati dei cittadini americani il cui accesso era negato ai repubblicani, “ci fu uno squilibrio di acquisizione informazioni ingiusto” – si può ascoltare nel video dal minuto 19:48 – e di cui è tornata a discutere su Twitter in questi giorni affermando che quelli di Facebook rimasero sorpresi quando si accorsero di cosa avevano fatto quelli dello staff di Obama, “ma non ce lo impedirono una volta capito cosa stavamo facendo. Ci dissero che erano dalla nostra parte”. Lo scandalo di Cambridge Analytica è roba vecchia e ce lo stanno proponendo per la prima volta solo perché il vincitore è dalla parte sbagliata.

Facebook consentì ad Obama di rubare dati, gli diede una pacca sulla spalla e gli fece un occhiolino da lontano, era dalla sua parte. Nessuna espressione di scuse. E per il terrorismo islamico in piena salute che fa del suo social network e degli altri una roccaforte da cui attingere risorse umane ed economiche si è mai scusato il Ceo in felpa e ciabatte? Nella lotta al terrorismo islamico, Facebook e i suoi colleghi, invece, da che parte stanno? Perché anche se nessuno lo dice, laggiù, nella terra di mezzo tra realtà e informazione, tra onestà e connivenza, seminano e raccolgono i terroristi di oggi e quelli di domani. Indisturbati.

Quando a gennaio 2018 Theresa May, al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, chiese agli investitori di “fare pressione” sulle compagnie tecnologiche per costringerli a reprimere criminali e terroristi usando le loro reti, subì la solita dose di sorrisetti a mezzo stampa. Aveva osato affermare, ad un evento oggetto di attenzione planetaria, che le società di social media hanno la “responsabilità” – forse meglio il dovere – di usare i loro “migliori cervelli” e sviluppare nuovi modi per rimuovere automaticamente i contenuti legati al terrorismo, dalle loro piattaforme. La May citò un recente rapporto di Edelman – la più importante azienda di communications marketing al mondo – secondo cui il 70% degli inglesi ritiene che le società di social media non fanno abbastanza per impedire che materiale illegale e terroristico venga condiviso. E che un terzo del Paese crede che i social non siano una forza per il bene delle società.

Proprio in Inghilterra una madre di cinque figlie è stata arrestata a novembrequando è stato scoperto che pubblicava video di propaganda Isis su un noto (agli islamici) gruppo Facebook, ‘Power Stranger’ (potere straniero). Millequattrocentosei iscritti al gruppo chiuso – i membri devono essere accettati –, allo scopo di tenere insieme gli immigrati islamici e aiutarsi reciprocamente. A nove anni di carcere è stato condannato invece ZanaAbbas Suleiman, sempre in Gran Bretagna, per un numero spropositato di reati legati al terrorismo, tra cui la condivisione di video sul come fabbricare bombe. Video rimossi solo dopo l’arresto. ‘Facebook live’ da questo punto di vista è gettonatissimo. E allora come dare torto alla May? Ma per avallare il suo punto di vista occorrerebbe ammettere che esiste il terrorismo islamico.

Sono dozzine gli account su siti di proprietà di Facebook e Google ad essere stati utilizzati per promuovere attacchi violenti o reclutare nuove leve nella causa del terrorismo islamico solo nei primi giorni di gennaio. Per settimane, i contenuti pericolosissimi sono rimasti online, e rimossi solo dopo le segnalazioni a seguito di un’indagine della CNBC. Segnalazioni della testata giornalistica arrivate già a ridosso del Natale 2017, quando i social network erano pieni di contenuti in codice su potenziali attentati durante le vacanze natalizie. Di quelle se ne occupò l’ufficio del Procuratore degli Stati Uniti a San Francisco. “Non possiamo fare molto”, fu la reazione dei presunti funzionari dell’antiterrorismo. “C’è tanto da fare”, fu invece la replica di Eric Feinberg, co-fondatore del Global Intellectual Property Enforcement Center, o GIPEC, che traccia i contenuti di terroristi online. “Queste compagnie [Facebook e co. ] stanno giocando ad ‘acchiappa la talpa’ nella loro lotta al terrorismo”. Dicono di aver colpito la talpa che trama sotto bosco, ma la talpa è sempre lì, e sfugge sorridendo. Quando Feinberg denunciò a novembre 2017 una pagina Facebook ispirata alla famigerata rivista di propaganda dell’ISIS, Dabiq , da casa Zuckerberg risposero che non c’era nulla che violasse gli standard comunitari. La pagina venne chiusa solo due giorni prima dell’audizione al Senato di Facebook, Twitter e YouTube a proposito di terrorismo e social media a metà gennaio.

E nel frattempo in giro esistono e resistono pagine che forniscono istruzioni sul come trasformare una bottiglia di soda in un ordigno esplosivo, accompagnate da didascalie in arabo che recitano più o meno così, “una scatola di plastica vuota contenente 15 sacchetti di lievito + 100 chiodi taglienti di piccole dimensioni: quando il lievito viene preparato dopo l’esposizione al sole, esploderà e le unghie spargeranno schegge sugli infedeli nei parchi degli adoratori della Croce”. Solo recentemente, invece, è stata oscurata una pagina dedicata esclusivamente alla propaganda islamista con testi di discorsi di Abu Musab al-Zarqawi, l’ex leader di al-Qaeda in Iraq, che è stato ucciso da un attacco aereo statunitense nel 2006, e rimasta attiva per anni.

Dopo le segnalazioni della CNBC alla domanda, in un editoriale, sul perché tutte quelle pagine non fossero state rimosse in precedenza, si è incaricata direttamente una portavoce di Facebook che senza troppi sforzi ha reindirizzato a un post sul blog dell’azienda datato novembre 2017, “stiamo vincendo la guerra al terrorismo online” di Monika Bickert. “Il 99% dei contenuti di terrorismo di ISIS e di Al Qaeda che rimuoviamo da Facebook è contenuto che rileviamo prima che qualcuno nella nostra comunità ci abbia segnalato e, in alcuni casi, prima che venga pubblicato sul sito”, si legge nel post. Insomma che non gli venga rimproverato nulla, quello che fanno rasenta la perfezione.

Alla GIPEC di materiale pericoloso, però, ne ritrovano quotidianamente e anche su YouTube e Google Plus. In seguito all’attentato terroristico del 31 ottobre a Manhattan, quando l’immigrato uzbeko Sayfullo Saipov,  uccise otto persone con il suo camion e venne accusato oltre che di omicidio, anche di “fornire materiale e risorse” all’Isis, vennero fatte altre scoperte interessanti. Saipov ammise liberamente, infatti, di aver trovato l’ispirazione del suo gesto dai circa novanta video di propaganda Isis pubblicati su YouTube che aveva salvato sul suo smartphone. Il vice commissario per l’Intelligence e l’antiterrorismo del Dipartimento di Polizia di New York John Miller dichiarò ai giornalisti che Saipov aveva “eseguito esattamente alla lettera le istruzioni su come effettuare un simile attentato che l’Isis ha pubblicato sui suoi canali social”. Facebook, Twitter, Google e YouTube sono a tutti gli effetti fonti e mezzi della radicalizzazione islamica in Occidente. Piattaforme attraverso cui non solo viene diffuso il Verbo di Allah: fiumi di denaro e di finanziamenti arrivano nella casse dei jihadisti con quel modello di business che è connaturato alle grandi piattaforme di social media. Imprese progettate per fare soldi e oggi ancelle della propaganda islamica.

A dicembre si è scoperto che Hajjaj Fahd al-Ajmi, un cittadino kuwaitiano con presunti legami con Al-Qaeda, è riuscito ad assicurarsi fondi per le attività terroristiche grazie ai suoi 1,7 milioni di followers su Instagram. Nulla di nuovo. Secondo gli analisti, i terroristi si rivolgono alle piattaforme di social media per garantirsi il supporto economico alle loro operazioni, ben consci del potenziale della macchina e della libertà di agire indisturbati. ‘Lupi solitari’ li chiamano, ma mica tanto soli sono. E intanto con il pretesto di proteggere la libertà di parola, di combattere razzismo e islamofobia c’è una sola censura che esiste, quella alla scorrettezza politica. E tanti cari saluti alla legge antiterrorismo e al Decency Act del 1996.

Ma non c’è scandalo che regga. Quelli della Silicon Valley sono abilissimi ad attraversare le tempeste rimanendo con i capelli pettinati, senza mettere in pausa il gioco, ma la forfora cade comunque. Ed esalta la differenza tra sporco e pulito.

Lorenza Formicola – articolo su lanuovabq.it