La rivoluzione di Erdogan, un’epurazione continua

“Invasioni e massacri non sono da celebrare”, è lo striscione con il quale un gruppo di studenti della più importante università turca, l’Università Boğaziçi di Instanbul, ha accolto la piccola manifestazione dei loro colleghi filogovernativi intenti ad osannare i soldati turchi che avevano partecipato all’invasione di Afrin. Era fine marzo e appena qualche giorno dopo è toccata ad Erdogan, il presidente turco, la replica: prigione, senza se e senza ma. Prigione per gli studenti che hanno criticato il governo e hanno diffuso, pertanto, una stramba “propaganda terrorista”. Il 3 aprile in sei sono stati scarcerati, nove sono ancora dietro le sbarre in attesa di processo.

“Gli arresti nel campus, così come i successivi raid della polizia nelle case degli studenti e nei dormitori, continuano la preoccupante tendenza a criminalizzare il discorso politico e il dissenso in Turchia. Erdoğan ha cinicamente citato questi studenti come terroristi, giurato di espellerli dall’università di Boğaziçi e di negare loro il diritto di studiare in qualsiasi altra università. Abbiamo già sentito questo tipo di aggressione verbale ed è stato seguito dalla detenzione di migliaia di accademici, giornalisti, artisti e sostenitori dei diritti umani. Chiediamo al governo turco di cessare immediatamente tutte le indagini e gli arresti degli studenti che si dedicano alla politica”. È parte di quanto si può leggere nella “Lettera aperta di sostegno per gli studenti arrestati all’Università di Boğaziçi” che duemilacentotrenta accademici, scrittori e giornalisti di tutto il mondo hanno firmato per dare voce e conforto alle giovani vittime di un sistema malato.

Perché la perenne mortificazione della libertà di parola non è una novità nella Turchia di Erdoğan. La narrativa imposta dal governo non ammette repliche e chiunque osi sfidarla, compromette per sempre il suo destino. Il 13 gennaio 2017, per esempio, Garo Paylan, un parlamentare armeno del partito d’opposizione, HDP – partito democratico dei popoli – è stato sospeso da tre sedute del parlamento per aver tentato di pronunciare un discorso in cui voleva mettere in guardia il governo dagli errori del passato. “Tra il 1913 e il 1923, armeni, greci, siriaci e ebrei … furono esiliati con genocidi e massacri”, è la frase che è riuscito a pronunciare e che gli ha compromesso la carriera.

O come Norma Jeanne Cox. Nota accademica americana, laureata proprio alla Boğaziçi, e docente per anni all’Università di Istanbul, arrestata, licenziata e persino espatriata, qualche anno fa, per aver discusso con i suoi studenti e colleghi del genocidio armeno e per aver criticato la proiezione del film L’ultima tentazione di Cristo. Alla Cox è stato vietato di varcare per sempre il confine turco per le sue “attività separatiste incompatibili con la sicurezza nazionale”. Chiaro e poco retorico il ministro degli Interni quando ha motivato la decisione irrevocabile. Una cristiana dalle opinioni così marcatamente dissidenti, d’altronde, non può essere ammessa a casa Erdogan.

A gennaio 2016 i membri dell’Accademics for Peace firmavano una dichiarazione che chiedeva tutela rispetto ai licenziamenti, alle indagini, al divieto di recarsi all’estero, agli arresti a cui sono sottoposti con la folle accusa di fare propaganda per organizzazioni terroristiche, ma per il fatto di essere, in realtà, semplicemente dei liberi pensatori in dissonanza rispetto al governo. Ma si tratta di iniziative ignorate e bistrattate. Come si può, del resto, replicare a un sistema basato su una definizione paradossale di terrorismo? In Turchia le leggi dell’antiterrorismo sono infatti utilizzate dal governo per arrestare e imprigionare fantomatici dissidenti. È là che ogni forma di protesta è considerata un’offesa terroristica.

C’è una sola propaganda a cui obbedire, è quella spiegata facilmente, per essere chiara a tutti, anche ai bambini. Quella, per intenderci, dei famosi fumetti diffusi nel 2016 dalla Direzione generale degli affari religiosi turchi – Diyanet – l’autorità religiosa suprema del Paese, in cui è esemplificata la straordinaria magnificenza dell’essere martire islamico. I protagonisti sono un bimbo con il suo papà che gli dice, “è meraviglioso diventare martiri”. “C’è qualcuno che vorrebbe diventare un martire?”, gli chiede il figlio non convinto. “Sì, chi è che non vuole vincere il paradiso?”, replica il papà evitando il rischio di essere frainteso. Ai piccoli studenti, fin dalla materna, vengono insegnate poesie ultranazionaliste e marce militari ottomane. Perché poi da grandicelli non abbiano dubbi.

E nel frattempo la Turchia è spalla delle reali attività terroristiche e ospita e aiuta Hamas, non fa nulla per impedire la compravendita di donne e bambini yazidi sul proprio territorio, consente a un numero imprecisato di individui di utilizzare il Paese come accesso alla Siria e all’Iraq per unirsi ai vari gruppi jihadisti.