I palestinesi “processano” Trump. E intascano soldi Usa

L’onda d’odio dei palestinesi si fa sempre più robusta e violenta, sebbene ormai distribuita non solo più sul fronte israeliano, ma anche su quello statunitense. Niente di nuovo, ma di più prepotente, certo.

E le ultime settimane si sono inserite alla perfezione nella narrazione d’odio palestinese, manifestando quelli che sono gli effetti non collaterali, ma previsti, dell’incitamento dell’Autorità palestinese contro gli Stati Uniti. Eppure, prima dei fatti di cronaca occorre far notare un dettaglio, che Trump sogna di debellare, e che pochi conoscono. Stiamo parlando del finanziamento ai palestinesi targato Usa che sfiora gli 800 milioni di dollari annui: 364 milioni di dollari finiscono nella casse della Unrwa (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e il lavoro per i profughi della Palestina), agenzia, per intenderci, che Nikki Haley, ambasciatore americano all’Onu, non voleva più finanziare; 400 milioni di dollari ogni anno foraggiano l’Autorità Palestinese, dei quali 363 milioni provengono dalla Usaid – Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale – e 36 milioni ogni anno destinati alla sicurezza. Fiumi di denaro che non sono capaci di stemperare neanche un po’ di acrimonia.

Ma come funziona la macchina palestinese di incitamento all’odio? Si tratta di un meccanismo ben oliato, per cui i funzionari dell’Ap, insieme al loro capo, dettano la musica e ai palestinesi non resta che suonare uno spartito di violenza. E’ da un bel po’, ormai, che non passa giorno in cui dalla Cisgiordania e lungo la Striscia di Gaza non arrivino segnalazioni. Bandiere americane e effigi di Donald Trump bruciate a favore di telecamera rappresentano la manifestazione base di violenza quotidiana. Da quando, infatti, il presidente Trump ha annunciato l’ufficialità del trasferimento a Gerusalemme dell’ambasciata Usa, così “eleggendola” capitale d’Israele, i leader israeliani sono stati momentaneamente soppiantati. Il bersaglio mobile dell’odio palestinese è adesso tutto nel governo statunitense. Persino il vicepresidente Usa è stato inserito nella lunga lista di proscrizione dell’Ap dopo il recente viaggio in Israele e il suo discorso alla Knesset.

Cosa deve essere passato per la mente di Pence che ha osato dar voce alla decisione del congresso degli Stati Uniti e che ha quindi pronunciato un discorso giudicato eccessivamente pro-Israele dinanzi al parlamento israeliano? Sicuramente qualcosa di diverso da quello che riempiva i pensieri di Joe Biden. L’idillio con gli Usa che l’amministrazione Obama aveva garantito all’Ap se l’è portato via il vento, o meglio Trump. E il popolo palestinese non riesce proprio a sopportarlo.

L’ultimo fine settimana ha tenuto i palestinesi occupati con un finto processoin cui gli imputati erano Trump e Pence:  “processati” nel campo profughi di Al-Aida, a nord di Betlemme. Il “tribunale” ha ritenuto i due “colpevoli” di avallare una politica “razzista” e “di parte” e sono stati condannati a morte per impiccagione. La corte ha anche stabilito che i corpi del presidente e del suo vice meritavano di essere bruciati dopo l'”esecuzione”. Esattamente il genere di esibizione violenta che l’Occidente condanna, però solo a seconda della vittima.

Ma a rendere ancora più folkloristico il processo è stato l’aver fatto accorrere giornalisti e fotografi per ben documentare la messa in scena. E non solo, è anche la scenografia scelta ad essere degna di nota: il campo profughi gestito dalla Unrwa. Il presidente e il vicepresidente Usa sono stati “impiccati” con la bandiera dell’Unrwa che sventolava e il profilo di una scuola a completare l’orizzonte. D’altronde educare fin da bambini è un vecchio slogan. Ma ancora più interessante è stata la presenza al finto processo di Mahmoud Abbas – presidente dell’Ap – e di alcuni membri del Fatah – il partito politico e paramilitare palestinese. Mohammed Al-Masri, segretario generale di Fatah a Betlemme, non ha risparmiato i suoi elogi agli attivisti per la fantasia e l’impegno con cui hanno manifestato il loro profondo odio per gli Stati Uniti. “Questo è un processo popolare. Il popolo palestinese ha il diritto di processare chiunque neghi i suoi diritti”, ha spiegato Al-Masri.

Nell’immaginario palestinese, qualsiasi leader mondiale che non odi Israele o che osi dissentire circa la narrativa palestinese, è un nemico e va combattuto. E simili spettacoli non sono altro che un appello al terrorismo. Ma da dove nasce l’odio tutto islamico nei confronti di Israele, e soprattutto cosa rappresenta Gerusalemme per l’islam?

Lorenza Formicola – per la Nuova Bussola Quotidiana