After the ball: bugie, verità e strategie della lobby LGBT

Nel 1989 i due attivisti gay Marshall Kirk (laureato ad Harvard in Psicologia e morto in circostanze misteriose nel 2005) e Hunter Madsen (anche lui laureato ad Harvard in Scienze politiche ed esperto di tattiche di persuasione e social marketing) pubblicano il libro “After the Ball. How America will conquer its fear & hatred of Gays in the 90’s” (Dopo il ballo. Come l’America sconfiggerà la sua paura e il suo odio verso i gay negli anni ’90).

Il libro è oggi fuori stampa (ma è reperibile di seconda mano) e poiché non è mai stato tradotto in altre lingue è possibile che molti omosessuali non anglofoni non lo conoscano (qui se ne trova un breve riassunto). Esso illustra tutte le strategie che la comunità gay dovrà seguire per farsi accettare e sconfiggere l’omofobia (definita a volte dagli autori homohatred, cioè odio per gli omosessuali) e al tempo stesso enumera molte verità scomode per la comunità gay.

Poiché il libro è lungo circa 400 pagine ed è diviso in tre parti, abbiamo deciso di dedicare un articolo a ogni parte, più un quarto articolo dedicato alle considerazioni che si possono trarre dal testo.

Essendo gli autori uomini, l’omosessualità su cui si concentrano è prevalentemente quella maschile. A quella femminile sono riservati solo alcuni accenni.


PARTE I: PROBLEMI

Il mito del 10% e la derubricazione dal DSM

Il libro si apre affermando che la “rivoluzione gay” (il “ballo” del titolo) è fallita. Dopo le speranze degli anni ’70 e ’80, infatti, gli omosessuali continuano a non essere accettati dalla società. Tuttavia, una nuova opportunità si presenta: “Per quanto cinico possa sembrare, l’AIDS ci dà una possibilità, benché piccola, di affermarci come una minoranza vittimizzata che merita legittimamente l’attenzione e la protezione dell’America” (p. XXVII).

Ecco, quindi, alcuni dei modi in cui gli omosessuali vengono ancora “discriminati”:

  • I media non coprono gli eventi gay, anche se, secondo un sondaggio del 1984, più della metà degli intervistati riteneva che la stampa desse troppo spazio ai gay;

  • I cittadini (soprattutto gli studenti) non vengono educati circa la natura dell’omosessualità;

  • Agli etero non interessa leggere un “trattamento serio” della vita gay (ad esempio i critici letterari non recensiscono i romanzi a tematica omosessuale);

  • Agli etero non interessa guardare film o telefilm che parlano di gay e che potrebbero contribuire alla loro “educazione” sul tema;

  • Non ci sono eroi gay, nel senso che se qualche personaggio famoso (del presente o del passato) è omosessuale, non viene detto.

E tutto questo, lamentano gli autori, nonostante gli omosessuali siano ben il 10% della popolazione americana (e mondiale). Gli autori, infatti, chiamano “big lie” (grande bugia), la credenza degli etero secondo cui i gay sarebbero molto pochi.

In effetti, però, è proprio così, dato che la cifra del 10% è stata smentita da tempo e che, secondo stime recenti, la comunità LGBTQ americana raggiunge poco meno del 4%.

Il famoso 10%, infatti, viene dal famoso Rapporto Kinsey sulla sessualità maschile e femminile. Il problema è che Kinsey (che, ricordiamolo, era un entomologo) raccolse molti dei suoi dati da persone che erano o erano state in prigione, o che si prostituivano. Anche la famosa scala Kinsey, inoltre, è piuttosto dubbia per attestare l’orientamento sessuale di una persona. Per di più, nel V capitolo del rapporto vi è una scheda che riguarda la sessualità dei bambini e che farebbe supporre che, per avere quei dati, Kinsey si sia servito di pedofili (come suggerito anche dal documentario Kinsey’s Paedophiles e da questo articolo ).

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Gli autori poi lamentano il fatto che, nonostante nel 1973 l’American Psychiatric Association (APA) abbia eliminato l’omosessualità dal DSM-II (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), non considerandola più un disordine, vi è ancora chi crede che lo sia.

Ma come andarono davvero le cose con l’APA?

(Il paragrafo seguente è tratto da The Born Gay Hoax e da Homosexuality and Mental Health ai quali rimando per le citazioni in lingua originale, le fonti e ulteriori approfondimenti).

Per gli attivisti la rimozione dal DSM era essenziale per poter promuovere l’omosessualità come uno “stile di vita” equivalente a quello etero. Franklin Kameny del Gay Liberation Front disse:

Ritengo che l’intero movimento omofilo resterà in piedi o crollerà in relazione alla questione se l’omosessualità sia o no una malattia, e in relazione alla nostra posizione a riguardo”.

Per più di due anni, quindi, gli attivisti fecero continue irruzioni durante riunioni della Commissione nomenclatura dell’APA, terrorizzando i presenti con vere e proprie tecniche da guerriglia e impossessandosi dei microfoni per leggere le loro dichiarazioni. Nel 1991 l’attivista Eric Pollard scrisse, riferendosi a quel periodo:

Ho contribuito a creare un’organizzazione davvero fascista. Ci siamo serviti di modalità sovversive, prese in larga parte dal Mein Kampf, che alcuni di noi hanno studiato come modello”.

Uno dei motivi per cui l’APA cedette alle pressioni, nonostante l’assenza di qualunque elemento a favore della rimozione dal DSM, venne fuori nel 2007. Nel 1973 il presidente eletto dell’APA era il dottor John P. Spiegel. Nel 2007 la nipote di Spiegel, Alix Spiegel, rivelò che suo nonno era omosessuale. Così, nel dicembre 1973, tramite un referendum, l’APA votò per derubricare l’omosessualità dal DSM (si rimanda ai testi di cui sopra per l’intera storia della derubricazione, che ebbe diverse tappe). Per la prima volta nella storia della medicina, una diagnosi (o l’assenza di essa) avvenne per votazione. In pratica è come se domani, per votazione, si decidesse che l’anoressia e la bulimia non sono disturbi alimentari ma varianti dell’alimentazione, o che il disturbo bipolare non è un disturbo della personalità, ma una variante della personalità.

Gli attivisti furono i primi a riconoscere che si trattò una decisione politica e non scientifica.

Kay Lahusen: “Fu più una decisione politica che medica”.

Barbara Gittings: “Non fu una decisione medica, e credo fu per questo che avvenne così in fretta. Dopotutto, erano passati solo tre anni da quando le femministe e i gay fecero irruzione per la prima volta nelle riunioni dell’APA durante una sessione di terapia comportamentale. Fu una mossa politica”. Ecco dove siamo arrivati in dieci anni. Abbiamo spaventato persino l’APA”.

Dottor Simon LeVay: “L’attivismo gay fu chiaramente la forza che guidò l’APA a derubricare l’omosessualità”.

Gli attivisti erano interessati a rimuovere l’omosessualità dal DSM anche per un altro motivo: solo attraverso la rimozione, infatti, potevano far passare l’idea che “si nasce così” e che la condizione omosessuale è immutabile.

In realtà, per quanto le si siano cercate, a tutt’oggi non esiste alcuna prova che “gay si nasce” e che tale condizione sia immutabile. Secondo l’ultimo rapporto del dr. Paul McHugh (il più importante professore di Psichiatria della Johns Hopkins University), ad esempio, l’orientamento sessuale sarebbe il risultato di una complessa interazione tra fattori biologici e ambientali:

“La ricerca indica che sebbene sia possibile che dei fattori genetici o innati influenzino l’emergere di attrazioni per lo stesso sesso, questi fattori biologici non possono offrire una spiegazione completa e anche i fattori ambientali ed esperienziali possono avere un ruolo importante. Opinione più comunemente accettata nelle conversazioni popolari – il concetto del “nati così”, secondo il quale l’omosessualità e l’eterosessualità sono biologicamente innate o il prodotto di fattori evolutivi molto precoci – ha portato molti non-specialisti a pensare che l’omosessualità o l’eterosessualità siano in una data persona immutabili e interamente determinate a prescindere da scelte, comportamenti, esperienze di vita e contesti sociali. Tuttavia, come mostra la seguente trattazione della letteratura scientifica pertinente, questa opinione non è adeguatamente supportata dalla ricerca.”

Ovviamente dopo la pubblicazione del rapporto di McHugh, la tollerante e scientifica comunità LGBTQ ha subito minacciato ritorsioni contro la Johns Hopkins University).

Ma d’altronde sono gli stessi attivisti ad ammetterlo.

Il dr. Lillian Federman, che vinse anche un premio della Lambda Literary Foundation, disse: “E noi continuiamo a domandare diritti, ignorando il fatto che la sessualità umana è flessibile, comportandoci come se fossimo fissati in una categoria per sempre. […] Le ristrette categorie delle politiche identitarie traggono ovviamente in inganno”.

La scrittrice lesbica Jennie Ruby scrisse: “Non credo che lesbiche si nasca, credo lo si diventi. Il movimento dei diritti gay ha (per molte buone ragioni) adottato una politica di identità.” Nei link più sopra si possono trovare molte altre citazioni simili, complete di fonte.

Una prova che la sessualità umana è flessibile e non fissa viene da una ricerca effettuata l’anno scorso, attraverso la quale si è scoperto che le adolescenti lesbiche restano incinte da due a sette volte di più delle loro coetanee etero. Persino i maschi gay mettono incinta le donne molto più dei maschi etero (infatti lo studio mostra che gli adolescenti omosessuali o bisessuali sono molto più sessualmente attivi degli adolescenti etero). Secondo un precedente studio australiano del 2000, il 93% delle lesbiche intervistate aveva avuto rapporti con uomini.

Addirittura nel 2016 una ricercatrice dell’APA e attivista lesbica ha riconosciuto che “i gay non sono nati così”. Ma d’altronde il fatto stesso che esistano molti ex omosessuali dimostra che la condizione omosessuale non è né fissa, né genetica, e come vedremo nel prossimo articolo anche Kirk e Madsen la pensano così.

Stereotipi veri

Gli autori proseguono quindi con l’analizzare alcuni stereotipi della comunità gay, stereotipi che però essi stessi riconoscono essere veri.

Promiscuità e malattie sessualmente trasmissibili. Il primo stereotipo è che i gay sono “malati di sesso”. Leggiamo da pag, 47:

Ahimè, riguardo questo punto il mito è confermato dai fatti.    è molta più promiscuità tra i gay (perlomeno tra i gay maschi) che tra gli etero […] e quindi le conseguenze della promiscuità – le malattie sessualmente trasmissibili – sono tra i gay da cinque a dieci volte più alte della media.”

Per quello che riguarda la promiscuità, qui si possono trovare alcuni dati, e già nello studio riportato più sopra abbiamo visto che gli adolescenti omosessuali sono più sessualmente attivi dei loro coetanei etero. Dallo studio australiano del 2000 citato prima, invece, è risultato che il 9% delle lesbiche ha avuto più di 50 uomini (mentre fra le etero solo il 2% raggiunge questa cifra).

Riguardo le malattie sessualmente trasmissibili, questo rapporto del Center for Disease Control and Prevention, conferma che gli omosessuali maschi continuano a costituire la maggioranza dei casi di AIDS (che, ricordiamolo, all’inizio si chiamava Gay-Related Immune Disorder). Come si può notare, nella fascia di età 13/24 anni gli omosessuali sono il 92% dei casi di AIDS di quel gruppo.

Gli omosessuali sono maggiormente a rischio anche per epatite (qui e qui), sifilide, gonorrea, cancro anale, diarrea cronica, herpes e altre malattie (qui e qui ).

Per quello che riguarda le lesbiche, lo studio australiano citato più su mostra che esse sono maggiormente a rischio di cancro al seno e alla cervice, di epatite C, vaginosi e obesità. Inoltre, hanno da 3 a 4 volte in più la possibilità di fare sesso con uomini a rischio sieropositività.

Salute mentale. Un altro mito confermato dagli autori è l’alto tasso di depressione, infelicità, solitudine e suicidi/tentati suicidi tra gli omosessuali. Ovviamente tali dati vengono spiegati con la discriminazione a cui sono sottoposti gli omosessuali. Tuttavia, prima di tutto (come si può leggere anche nel rapporto di McHugh) le prove a sostegno della discriminazione come causa degli scarsi esiti di salute mentale fra gli omosessuali sono piuttosto labili (si è anche scoperto che il più famoso studio sul tema, secondo cui il “pregiudizio” toglie dodici anni di vita ai gay, era stato falsificato).

Secondo, il fatto che questi problemi sussistano ancora oggi che i gay hanno tutti i “diritti” degli etero (e anche qualcuno in più), e anche nei paesi più gay-friendly, dimostra che la discriminazione non c’entra niente (si veda quiqui , qui e qui).

In questo articolo, ad esempio, l’omosessuale inglese Simon Fanshawe si chiede come mai gli omosessuali continuino a comportarsi da adolescenti:

“Pensiamo solo alle droghe, al sesso e all’apparire, e la chiamiamo cultura. Le cifre lasciano a bocca aperta: il 20% degli omosessuali maschi di Londra usa metanfetamina, una droga terribilmente pericolosa, e gli studi mostrano che chi ne fa uso ha un rischio due volte maggiore di diventare sieropositivo. Dal 1999, in Gran Bretagna i casi di HIV sono in aumento. Negli ultimi cinque anni, i casi di sifilide tra gli uomini omosessuali sono aumentati di 616 volte.”

Terzo, se per cadere in depressione e tentare il suicidio bastasse essere discriminati, i neri d’America avrebbero dovuto scomparire tutti durante lo schiavismo e le leggi razziali, e lo stesso dicasi per altre categorie di discriminati storici come ebrei e cattolici irlandesi.

Infine, non si può non notare come negli anni il concetto di discriminazione si sia notevolmente allargato, per cui oggi siamo arrivati al punto che il semplice dire “Non sono d’accordo con te” o “Non condivido quello che fai” viene considerato discriminatorio, e quindi l’unico modo per non “discriminare” i gay è applaudire tutto quello che dicono e fanno.

Come nasce un omofobo

Gli autori quindi ci spiegano come nasce un omofobo.

Ad esempio, immaginiamo una coppia di genitori con figli. Uno dei genitori (o entrambi) vedono in TV, o per strada, o in un’altra situazione, un gay o qualcuno che ritengono essere gay, e reagiscono in maniera negativa. Anche se la loro reazione è minima, il bambino, essendo molto ricettivo, percepisce la contrarietà del genitore, e se episodi del genere si ripetono il bambino riceve l’imprinting omofobico.

Secondo gli autori, quindi, l’omofobo è una persona che nutre un odio totalmente irrazionale e pregiudizievole verso gli omosessuali. Non pensano che possano esserci delle ragioni per cui una persona non condivide lo “stile di vita gay” o trovi disagevole vedere un film su una storia d’amore omosessuale. Gli autori, quindi, mettono sullo stesso piano il non condividere lo stile di vita degli omosessuali con il picchiare gli omosessuali. Quello che succede ancora oggi con il concetto di “hate speech”: esprimere il proprio disaccordo verso qualcuno o qualcosa viene equiparato al prendere a randellate quella persona.

I bottoni sbagliati

A questo punto gli autori passano ad analizzare i “bottoni sbagliati” (pag. 134) che negli anni precedenti il movimento gay ha premuto nel tentativo di cancellare i pregiudizi:

  • discussione, o l’aumento della consapevolezza (pag. 136). Questa tattica non ha funzionato perché, secondo gli autori, è fondata sul presupposto erroneo che il pregiudizio sia una credenza che si possa confutare argomentando, e non invece un sentimento. Essi scrivono: “Le argomentazioni contro l’omofobia o qualsiasi altro pregiudizio non possono essere vere argomentazioni nel senso aristotelico del termine: nessuno può provare che una persona non debba odiare i gay, perché questa è una questione di opinione”. E più avanti: “Per noi tentare di discutere con gli omofobi significa rischiare di portare la discussione nel loro territorio, il che darà attenzione e, implicitamente, validità a molti dei loro assunti. Per cui, se vogliamo discutere con loro, faremmo meglio a fare appello alle emozioni forti”. Quindi in pratica stanno dicendo che l’unico modo per discutere con gli “omofobi” è fare discorsi di pancia, lasciando da parte i fatti, altrimenti c’è il rischio che gli “omofobi” abbiano la meglio nella discussione.
  • Combattere, o assaltare le barricate (pag. 140). Usare la violenza avrebbe l’effetto di suscitare irritazione e fastidio negli eterosessuali, e quindi come tecnica è da sconsigliarsi.
  • Tattiche shock, o l’inversione di genere (pag. 144). Gli autori fanno qui riferimento alle marce del gay pride, considerate controproducenti perché rafforzerebbero troppo lo stereotipo del gay che gli etero/omofobi hanno in mente. Gli autori quindi affermano: “Quando sei molto diverso, e la gente ti odia per questo, ecco cosa devi fare: per prima cosa metti un piede nella porta, rendendoti il più simile possibile a loro; dopo, e solo dopo – quando l’unica tua piccola differenza è stata accettata – puoi iniziare a imporre altre tue caratteristiche, una alla volta” (corsivo degli autori). Proprio per questo, quindi, gli autori consigliano ai gay di dissociarsi pubblicamente dal NAMBLA (North America Man/Boy Love Association, nota associazione pro pedofilia).

I bottoni giusti

Ed ecco invece i bottoni giusti che devono essere premuti per eliminare il pregiudizio.

  • sensibilizzazione (desensitization). Se i gay riuscissero a vivere accanto agli etero in maniera visibile ma inoffensiva, alla fine gli etero smetteranno di essere “allarmati”: verranno cioè desensibilizzati. “Per desensibilizzare gli etero verso i gay e l’omosessualità, inondateli di materiale omosessuale presentato nella maniera meno offensiva possibile. Se gli etero non possono chiudere la doccia, perlomeno alla fine si abitueranno a venire bagnati” (pag. 149).
  • Bloccaggio (jamming). Questa tecnica consiste nel presentare messaggi che creino nell’omofobo una sorta di dissonanza cognitiva. In breve, occorre correlare il bigottismo omofobo a tutti quegli attributi che il bigotto si vergognerebbe di possedere e a conseguenze sociali che troverebbe spiacevoli. Ad esempio, si può presentare il bigotto come una persona riprovevole che fa o dice cose “non cristiane” e viene poi criticato o zittito. Oppure si possono mostrare i gay mentre soffrono a causa dell’omofobia.
  • Conversione (conversion). Questa tecnica consiste nell’inondare i media di immagini di omosessuali (da soli o in coppie) che risultino in tutto e per tutto uguali all’americano medio. Devono cioè essere indistinguibili da un etero, ma avere l’etichetta “gay” attaccata sopra. In questo modo il bigotto, vedendo una persona per la quale ha uno stereotipo positivo, proverà sentimenti ed emozioni positive, solo che in questo caso la persona in questione è un omosessuale, e così il bigotto viene “convertito”. Gli autori affermano (prevedendo possibile critiche dalla comunità gay) che si tratta di immagini menzognere, perché non tutti i gay sono indistinguibili dagli etero, ma questo non ha importanza. La menzogna viene qui utilizzata per un buon fine, e quindi è giusta.

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Nella seconda parte vedremo le otto strategie che gli autori consigliano per una campagna propagandistica di successo.

EMANUELA, su enzopennetta.it